Muri, Graffiti & La Tradizione Romana

lutero

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«Muri puliti, popoli muti» recita un famoso slogan che ha accompagnato la storia sociale e politica della città di Roma. Uno slogan, a dire il vero, che non riguarda solo la bellissima capitale d’Italia, ma che simboleggia un trend comune a tutta la nostra penisola.

La storia dei graffiti, e prima ancora delle scritte sui muri, non affonda le radici nell’epoca moderna; tanto più non rappresenta qualcosa di recente. La pratica spontanea del graffito murario è prova evidente del bisogno di esporre concetti rendendoli socialmente aperti. E’ una “scrittura di strada e di piazza”, un mezzo comunicativo parallelo a quello ufficiale, istituzionale, che impiega e coinvolge strati sociali diversi.

I graffiti erano dunque espressioni dirette del pensiero popolare; e in quanto tale, erano tanti e diversi gli argomenti che venivano toccati nelle brevi incisioni sui muri dell’antica Roma. La curiosità del passante era  spesso alimentata dai numerosi graffiti (singoli o a corredo delle iscrizioni) rappresentanti volti di donne, di uomini, caricature di personaggi politici, nonché scene erotiche schiette e disinibite, a testimonianza del forte significato assunto dal rito amoroso, un atto materiale intriso di contenuti sacri. La rapidità esecutiva, nonché la prontezza nella comprensione rendono il graffito uno strumento di alta comunicabilità in cui è l’anarchia testuale a farla da padrona.

Image from Wikipedia: Sack of Rome of 1527 by Johannes Lingelbach 17th century

Roma, dal canto suo, conserva ancora intatti numerosi esempi di graffiti popolari. Alcuni hanno fatto la storia degli interni di complessi famosi (basti pensare alle Terme di Caracalla), altri invece hanno interessato alcune delle mete più gettonate dai turisti che affollano Roma dodici mesi l’anno. E tra queste, non può mancare il Vaticano. La storia di una delle incisioni più famose di Roma, però, non appartiene né alla Roma repubblicana né a quella imperiale: è la Roma papalina di Papa Clemente VII ad essere teatro di uno degli avvenimenti più noti della storia moderna. Il 6 maggio 1527 si consumò il cosiddetto Sacco di Roma, allorché un esercito mercenario di oltre 30mila lanzichenecchi, agli ordini di Carlo V Asburgo, invase e saccheggio il cuore dell’allora Stato Pontificio.

L’esercito lanzichenecco perlustrò le mura e riuscì ad entrare attraverso una finestra malamente mimetizzata di una cantina del Palazzo Armellini a ridosso delle mura. Da tale varco, le truppe passarono al Palazzo della Rovere e si riversarono sulla Piazza Scossacavalli dirigendosi verso San Pietro. Da lì, il Papa, che era in preghiera nella chiesa, fu condotto attraverso il passetto al Castel Sant’Angelo mentre 189 guardie svizzere (anche esse mercenarie ma fedeli al Papa) si fecero trucidare per difendere la sua fuga. Approfittando della pausa pranzo delle guardie agli spalti del castello, i lanzichenecchi non ebbero problemi, intorno a mezzogiorno, a superare il Ponte Sant’Angelo e ad invadere il resto della città.

Image by artist Rebecca DiMattia: http://beckydaroff.com

Molte furono le azioni vandaliche che fecero eco a quella giornata infausta per la storia romana: la distruzione del Velo della Veronica, l’abbattimento del convento annesso alla Basilica di Santa Maria del Popolo, l’incendio di Palazzo Massimo alle Colonne…ma soprattutto una serie incalcolabile di sfregi e incisioni in numerose ville e palazzi romani, e – appunto – perfino al Vaticano, nella Stanza della Segnatura.

Questo prodigio artistico è uno degli ambienti delle Stanze di Raffaello nei Musei Vaticani, e fu il primo ad essere decorato dal celebre artista italiano, il quale dipinse lì numerosi affreschi tra cui anche la famosissima Disputa del Sacramento. Quando i lanzichenecchi entrarono nei palazzi papali, nella parte inferiore di questo capolavoro lasciarono una profonda incisione, un graffito (oggi ancora visibile, ma solo in controluce) che recitava la parola “Luther”, ovvero un omaggio al principale nemico della Chiesa romana del primo ‘500, quel Martin Lutero che, con i suoi veementi attacchi alla simonia papale e alla dissolutezza dei costumi clericali, incendiò la prateria dell’Europa cattolica con la teologia protestante.

 

La storia millenaria della città di Roma, ancora una volta, sembra essere il crocevia simbolico delle “umane cose”. Messaggi e provocazioni, pensieri in libertà e satira politica: i mille e più muri di Roma, e non solo, ci parlano di una cultura che si tramanda di anno in anno, di città in città. Di muro in muro, potremmo dire. Per cui, non sorprendetevi se girando un angolo, mentre assaporate le bellezze di una passeggiata a piedi tra i vicoli, incontrerete una scritta (d’amore o di protesta che sia): è Roma che vi omaggia, togliendosi il cappello al vostro passaggio e lasciandovi poi proseguire per il mercato di Campo de’ Fiori, le mille finestre di Piazza Navona o l’incantevole Scalinata di Piazza di Spagna.

 L’articolo di Samir Hassan